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di Azael
13 ottobre 2009

*Poesia nella quale il poeta progetta un amoricidio con efferatezza matematica

Quindi possiamo dire che mi ami?
Sì.
Ma mi ami nell’ora, come si ama l’ultimo pezzo di salsiccia sulla polenta, o di amore duraturo?
Ti amo duraturo.
Ok, quindi mi amerai per sempre.
Sì.
E se dovessi stancarti di me? Smettarai di amarmi?
Non mi stancherò mai di te.
Nemmeno se dovessi diventare un orco mangiaunghie o un maledetto rododendro?
No, nemmeno.
Sì, ma se tu perdessi la ragione e smettessi di amarmi contro la tua propria volontà?
Morirei.
Bene.
Ma, dico per assurdo, se per caso non dovessi morire subito,
se vivessi per alcuni minuti senza amarmi, per assurdo estremo
mi autorizzeresti a ucciderti?
Certo.
Con crudeltà?
Con estrema crudeltà.
Potrei strapparti la lingua e affettarti il cuore?
Anche disossarmi le gambe, se vuoi, o erodermi col vento.
Questo mi tranquillizza.

E tu? Moriresti tu se dovessi smettere di amarmi?
Certo, morirei a scomparsa, come un divano letto, o le cose del passato.
E soffriresti nel morire?
Soffrirei da sputare sangue misto a pioggia.
Allora facciamo che il primo che smette di amare avvisa l’altro e poi si uccide?
Possiamo fare così.
Bene.

Che bella giornata, la giornata in cui ti amo duraturo.
E che pezzi di luce che mi sbattono contro
se ci fossero scoiattoli raccoglierebbero ghiande con le zampe
e avrebbero un gilet e uno sfondo color fiume.
Ma dici che magari è il caso che ci ammazziamo subito per maggiore sicurezza?
Forse è il caso.
Al mio tre?
Aspetta,
Al mio mille?
Aspetta,
Al mio seimilionietrecentoventitre virgola sei?
Va bene, ma ti prego, amore mio
periodico.

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